Itinerario subacqueo archeologico di Kalura


Invitante scorcio di una cala all'interno della baia della Kalura, in prossimità di Cefalù. Il percorso archelogico si trova a circa 400 metri di distanza dalla costa e si estende in lunghezza per svariati chilometri.

Cefalù, città che possedeva un abitato doppio, quello basso alla marina e quello alto sul monte, nell’insenatura a levante della Caldura doveva essere frequentato come probabile luogo di approdo o di ancoraggio. Lo confermano le numerose tracce di possibili naufragi che negli anni sono stati individuati e via via studiati e i reperti recuperati sin dagli anni settanta databili dal V sec. a.C. sino all’età moderna.

Nel maggio del 1990 una prospezione subacquea ha confermato l’esistenza di un tumulo di pietrame e l’abbondanza di frammenti ceramici in area limitrofa che fece pensare ai resti di un unico relitto bizantino, che poteva essere ancora parzialmente occultato sotto il pietrame di zavorra.
E anche i rilievi grafici e fotografici del legname ancora visibile, del tumulo pietroso e delle numerose ancore che circondavano il sito, tendevano a confermare tale ipotesi facendo supporre di essere dinnanzi ai resti di un relitto, forse di epoca bizantina, lungo almeno 35 metri e largo 6 metri.
Inoltre sono stati segnalati e in parte recuperati, nella zona sud-est del molo, oltre ai reperti ceramici, manufatti fittili e ancore di varie epoche, un forziere in rame probabilmente del XVI-XVII sec. e forse pertinente ai resti di un veliero spagnolo ormai individuabile solamente per la presenza di alcune porzioni di ordinate e alcuni frammenti di piatti e ceramiche attribuibili al periodo storico, e i relitti di due barchini esplosivi MTM auto affondati durante lo sbarco alleato dell’ultimo conflitto bellico.
Verso la metà degli anni ‘90, nell’ambito del progetto “I porti e gli approdi nell’antichità dalla preistoria all’alto medioevo”, fu avviata una campagna di indagini con ricognizioni e sondaggi nell’area del presunto relitto bizantino, per verificarne l’esistenza e la reale consistenza.
Si poté appurare che, come si pensava fino a quel momento, non si era in presenza di un relitto ma, ad una profondità variabile fra i 6 metri e gli 8 metri, di una antica struttura portuale artificiale, allineata ortogonalmente alla costa, di una lunghezza stimata di 50 metri e di una larghezza di 15 metri.
Il tumulo costituito da materiale pietroso incoerente si erge dal fondale, prevalentemente sabbioso, per circa 2 metri e ai bordi di tale ammasso si è individuata la presenza di alcuni pali di legno, del diametro di 20 cm., infissi al fondo.
La loro posizione, anch’essa regolare ed ortogonale alla costa, ha permesso di dedurre che si è in presenza di un vero e proprio molo di attracco, costruito con la tecnica delle strutture di contenimento lignee a cassoni, con riempimento in pietrame riportato e costipato, collocabile tra il IV e l’VIII sec. d.C., come la ceramica presente in situ e le cinque monete in bronzo, recuperate e attribuibili a Valentiniano.
La struttura originaria, nei secoli, si è naturalmente disarticolata provocando lo spanciamento laterale che ha disgregato il paramento di contenimento ligneo lungo i suoi lati più lunghi.
Tale conclusione è supportata anche dalla presenza della corteccia che ancora riveste i pali infissi, elemento non giustificabile in una struttura di ambito navale.
Infine la baia, oggi denominata della Kalura, nel XVIII secolo, all’epoca di Vittorio Emanuele Filiberto, fu utilizzata come scalo per i commerci marittimi locali e ancora oggi si può considerare un luogo di particolare bellezza ambientale e naturalistica e facilmente raggiungibile sia da terra che dal mare.