Il relitto "maledetto" di Lipari


Disegno originale del 1977, raffigurante la disposizione dei reperti archeologici sul fondo della Secca di Capistello e il loro orientamento al momento del ritrovamento.

Si tratta dei resti di una nave naufragata intorno al 300 a.C. sul versante orientale dell'isola di Lipari con un carico di anfore e di ceramiche a vernice nera. Il relitto si trovava su di un fondale fortemente inclinato, degradante fino ad una profondità esplorata di 102 metri.
La nave, dopo aver urtato sulla sommità della Secca di Capistello, affondò rovesciando il suo carico, che appariva disperso su di un'area vasta piú di 1200 metri quadrati.

Il relitto è stato rinvenuto nel 1966. Una serie di tentativi di saccheggio in piú di un caso, per l'elevata profondità, si conclusero tragicamente, al punto che il sito fu denominato il "relitto maledetto".
Le indagini archeologiche vennero iniziate dai tedeschi, ma furono sospese quasi subito in seguito, anche stavolta, a un tragico incidente in cui persero la vita due archeologi.

Questo il racconto dell'evento nelle parole di Folco Quilici: "Tra quelle rocce, in acque sempre più buie i tre sub superarono i sessanta metri forse senza rendersene conto, entrando nello stato di confusione mentale provocato dalla narcosi d'azoto. [...] Fuori di senno, due dei tre si strapparono l'un l'altro, forse in allegria, forse in furia disperata, le maschere e gli erogatori; il terzo, benché egualmente confuso, riuscì ad attingere ad un residuo di coscienza, risalì di qualche metro, riprendendo un autocontrollo sufficiente a riguadagnare la superficie. E a far scattare un allarme drammaticamente inutile."

Dieci anni più tardi, nel 1976, il lavoro fu ripreso con l'intervento americano dell'Institute of Nautical Archaeology (AINA) e della Sub Sea Oil Services, avvalendosi di adeguati mezzi tecnici i quali una campana batiscopica, una camera di decompressione, telefono e televisione a circuito chiuso e addirittura un minisommergibile.
L’ utilizzo delle nuove tecnologie permise l'esplorazione completa del relitto, che si concluse nel 1978.
Il sito, oltre a conservare le strutture lignee dello scafo, custodisce ancora numerosi reperti, e l'indagine appare ben lungi dall'essersi conclusa del tutto.

Il fasciame appariva semplice e senza alcun rivestimento in piombo; i madieri e le ordinate risultavano alternate. Alcune parti del carico conservavano la posizione di stivaggio, con gruppi di anfore disposte verticalmente e pile di ceramica a vernice nera riposte negli interstizi. Il carico risultava formato essenzialmente da anfore cosiddette greco italiche (oltre un centinaio recuperate), contrassegnate da bolli e trattate internamente con resina. Molte delle anfore erano ancora chiuse da un tappo di sughero sigillato con resina. I bolli impressi sulle anfore, con nomi greci interi o abbreviati (Cháres, Bíon, Eúxenos, Pop, Díon, Pare, Pist), sono stati confrontati con timbri analoghi rinvenuti a Ischia, Selinunte, Taranto e Gela. Oltre alle greco italiche sono state recuperate alcune anfore puniche del tipo Mañá C 1. Si è ipotizzato che alcune anfore avrebbero potuto contenere salsa di pesce di provenienza siciliana.

Diverse centinaia di vasi a vernice nera di varie forme - per lo piú piatti e coppe, oltre ad alcune kylikes dipinte con motivi vegetali bianchi all'interno e ad alcune lucerne su alto piede sagomato – dimostrano che il carico anforico era integrato da ceramica pregiata che differisce profondamente dai pochi vasi (piatti e brocche) in terracotta acroma, destinati alla cambusa di bordo.

In base alle dichiarazioni dei rinvenitori lo scafo era dotato di due ancore con ceppi in piombo. Uno è stato recuperato insieme a pesi per reti da pesca, alcune barre in piombo e ad un lingotto di stagno di circa 10 kg. di peso.